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Protezione dei consumatori: obbligo per Whatsapp di chiarimenti

WHATSAPP PROTEZIONECome è noto, la diffusissima applicazione telefonica “WhatsApp” offre un servizio di messaggistica (scambio di frasi scritte, immagini, telefonate e videotelefonate) gratuito, disponibile in tutti gli Stati membri dell’UE.

Peraltro, WhatsApp è esteso in tutto il mondo e, salvo eventuali limitazioni in alcuni stati, consente una comunicazione immediata, facile e senza costi dall’Italia alla Nuova Zelanda, dall’Argentina al Giappone!

 

Recentemente Whatsapp è stata acquisita da Facebook, che oggi si chiama Meta, formando insieme ad altre società come Instagram, un colosso mondiale – sotto certi versi il più importante – che, se da una parte, amplifica i servizi e le possibilità per i consumatori che possono interagire su più piattaforme istantaneamente, dall’altra preoccupa molto, perché il nuovo conglomerato disporrebbe del più vasto set di dati privato del mondo.

Nel febbraio dello scorso anno, le condizioni e i termini di utilizzo della piattaforma di Whatsapp venivano cambiate unilateralmente; la modifica  riguardava l’uso dei dati che la piattaforma di messaggistica raccoglie dagli utenti in ordine alla possibilità di scambiarli con le aziende che usano WhatsApp. Prontamente, il Garante della privacy sottopose la questione al Comitato Europeo per la protezione dei dati (European Data Protection Board), organismo che riunisce le Autorità europee competenti in materia di privacy, al fine di un più avanzato accertamento.

Sono altresì intervenute la Commissione europea e la rete delle autorità nazionali per i consumatori (CPC network) che hanno inviato una lettera a WhatsApp, chiedendo all’azienda di chiarire le modifiche apportate nel 2021 ai suoi termini di servizio e alla politica sulla privacy e garantire la loro conformità alla legge UE sulla protezione dei consumatori.  La rete di cooperazione per la protezione dei consumatori (CPC network) ha richiesto all’azienda di chiarire:

  • in che modo WhatsApp garantisce che i consumatori possano comprendere le conseguenze dell’accettazione dei termini di servizio aggiornati;
  • in che modo WhatsApp utilizza i dati personali dei consumatori per scopi commerciali e se i consumatori comprendono che WhatsApp condivide questi dati con altre società di Facebook/Meta o terze parti;
  • in che modo WhatsApp garantisce che i consumatori possano rifiutare i nuovi termini di servizio, soprattutto perché le notifiche in-app persistenti spingono i consumatori ad accettare le rispettive modifiche;
  • quali misure intende adottare WhatsApp nei confronti di quei consumatori che hanno già accettato i termini di servizio aggiornati sulla falsa presunzione che ciò fosse necessario per poter continuare a utilizzare l’applicazione.

Chiariamo due punti importantissimi: Meta, come qualsiasi altra società di comunicazione, deve sempre necessariamente conformarsi alla normativa europea di protezione dei dati personali, in primis il famoso GDPR (Regolamento generale per la protezione dei dati personali), nonché a tutte le normative ulteriori che potrebbero sorgere. Secondo punto fondamentale non è ammissibile che vi sia una diversità di trattamento fra consumatori, nello specifico fra coloro i quali abbiano già accettato l’aggiornamento e gli altri che lo debbono ancora fare. L’unico e solo modo per gestire e tutelare i dati degli utenti in Europa, è quello fissato dalla normativa europea in materia.

Ed in effetti, il commissario per la Giustizia, Didier Reynders, ha dichiarato: “WhatsApp deve garantire che gli utenti comprendano ciò che accettano e come vengono utilizzati i loro dati personali, in particolare quando vengono condivisi con i partner commerciali. Mi aspetto che WhatsApp rispetti pienamente le norme dell’UE che tutelano i consumatori e la loro privacy. Per questo abbiamo lanciato oggi il dialogo ufficiale. 

WhatsApp deve tornare da noi con impegni concreti su come affronteranno le nostre preoccupazioni”.

Si tratta evidentemente di una presa di posizione netta, perché i rischi di una commercializzazione indebita dei dati personali di milioni di utenti ad opera di aziende così grandi e potenti è certamente possibile. Si noti al riguardo che il regolamento europeo è molto stringente e richiede che venga ottemperato anche nel caso in cui la “casa madre” ovvero la sede giuridicamente rilevante delle aziende non si trovi nel territorio dell’Unione.

Il caso in esame è estremamente importante, non solo per tutti i consumatori che riusciranno a sapere come sono trattati i nostri dati, ma anche e soprattutto perché costituirà un “precedente” per tutti i futuri casi analoghi, sia per materia che per dimensioni aziendali. Non solo, ma poi è facile credere che la Commissione in collaborazione con la rete CPC, effettuerà controlli molto penetranti nei mesi ed anni a venire affinché oltre il rispetto formale della norma, vi sia sempre di seguito anche la corretta condotta sostanziale.

 

 

 

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